Che la forza scia con voi

Giovedì sera avremmo dovuto partire verso un rilassante week end sulla neve, ma, ahinoi, in mattinata su tutto il nord Italia si è abbattuta una nevicata di dimensioni bibliche che nel giro di qualche ora ha travestito la pianura Padana da Lapponia. Il gruppo si è trovato di fronte ad una decisione amletica: partire o non partire?

La coltre di neve che infagotta Milano nascondendola sotto un morbido strato bianco farebbe desistere chiunque. Più che ad un viaggio si rischia di andare incontro ad una spedizione Himalaiana. Le infauste condizioni meteo danno il via ad una sequela di mail e telefonate per decidere il da farsi. Alla linea disfattista di Laura e Massimo, decisi a mollare, si contrappone fin da subito con durezza la posizione del capogruppo che a costo di procurarsi un cingolato non rinuncerebbe in alcun modo alla sua sciata annuale. Io e Rita ci adagiano in una posizione di estrema neutralità, forti del fatto di essere passeggeri non guidanti. Per tutta la giornata il capogruppo ci aggiorna sulla situazione meteo fornendoci bollettini taroccati ad hoc. Verso le quattro sostiene che un suo collega, di passaggio a Brescia, non ha saputo resistere alla splendida giornata e ha scoperchiato il cabrio. Verso le quattro e un quarto ci passa un dispaccio in base il quale a Verona la gente si starebbe riversando in strada in tanga. A chi gli fa notare come Milano abbia assunto le sembianze glaciali di Stalingrado durante l’assedio nazista, lui ribatte perentorio: ‘CAZZATE!’. Le sue mail trasudano una voglia incontenibile di portarci in montagna; se per fare ciò dovesse prenderci a calci in culo per tutti i trecento chilometri non si tirerebbe indietro di certo. Consci del fatto che il capogruppo non accetterebbe un no, Massimo e Laura si avventurano in direzione del Trentino sfidando la bufera a bordo della loro provata Punto. Nel frattempo Tiziano scalpita per via del ritardo mio e di Rita. Non bastava che Dio congiurasse contro di lui, ci si devono mettere anche suo fratello e sua cognata. Finalmente alle otto in punto il capogruppo può liberare la potenza del cuore sportivo prestato per l’occasione dal quel buon cuore di Rinaldo. Indifferente al fatto che dal cielo precipita neve in abbondanza, macina la strada tentando di stabilire il record del chilometro lanciato su fondo sdrucciolevole. Massimo e Laura, partiti alle sei, raggiungono, dopo aver superato indenni la bufera, Affi dove era fissato l’appuntamento presso il Mc Donald’s locale. Il viaggio del capogruppo e del suo equipaggio, prosegue spedito nonostante la strada sia in condizioni tali da essere percorsa in sicurezza da una motoslitta e non da un automezzo. Verso le nove e un quarto Laura lancia un messaggio disperato al pari del ‘Houston abbiamo un problema’ dell’equipaggio dell’Apollo 13, ‘c’è un problemino, il Mc sta chiudendo’. Non fosse impegnato nella guida, il capogruppo pretenderebbe di parlare con il direttore del locale per obbligarlo ad attenderci.
La decisione più scontata è quella di incontrarci alla prima area di sosta dopo Affi, sempre che non sia stata confiscata da uno stormo di pinguni infreddoliti.
Finalmente poco prima delle dieci il gruppo si ricompone in un anonimo Autogrill, dove quattro panini vengono sottratti all’attacco imminente da parte della muffa da Tiziano, Daniela, Rita e da me. Oltre i panini ci pappiamo un muffin a testa. Come dolci fanno abbastanza schifo, ma come materiale riempitivo per mummie avrebbero potuto avere un futuro. Ripartiamo a capofitto verso la nostra meta. L’autostrada ha ripreso le proprie sembianze, abbandonando l’aspetto di pista siberiana, ma solo per qualche chilometro, infatti la neve riprende a cadere con un certo vigore. In questo contesto di glaciazione incontrare sul proprio tracciato la carovana di mezzi sgombraneve ha un non so che di rassicurante. Ma l’effetto rassicurante svanisce nel momento in cui si procede al sorpasso. Sopravanzare lo spargisale ha lo stesso effetto per la propria auto di quello che una fucilata a pallini ha per le chiappe di un uomo. La carrozzeria viene aggredita da una sassaiola di chicchi di sale in grado di trasformarla in un ottima padella per cuocere le castagne. E quando si superano gli spazzaneve che oltre la neve grattano via una fetta di asfalto con tanto di scintille, ci si ritrova di nuovo soli al centro della tormenta.
La neve non riesce comunque ad interrompere l’odissea dei nostri prodi che lasciata l’autostrada cominciano ad arrampicarsi sui tornanti della statale. Come la strada comincia a salire, le due auto iniziano a sculettare come una donna che voglia fare carriera. Dopo un paio di rampe scalate con grande fatica riusciamo a vincere la resistenza del capogruppo che si decide a fermarsi a montare le catene. Le catene della Punto vengono srotolate ed installate senza troppi problemi, o per lo meno così pare. Il capogruppo invece sembra un pescatore intruppato nella propria rete. Guarda le catene ignaro di come queste possano essere incastrate sui pneumatici, a chi gli chiede se ha bisogno di una mano risponde in maniera vaga borbottando parole incomprensibili. A rompere l’impasse ci penso io, mi si sozzo di morchia le mani infreddolite, ma alla fine riesco ad avvolgere le gomme con le catene. Tiziano minimizza l’operato altrui sostenendo che le catene non sono della misura giusta altrimenti le avrebbe montate ad occhi chiusi alla velocità con cui a militare rimontava il fucile d’ordinanza. Di norma ci si dovrebbe fermare dopo qualche centinaia di metri per controllare la perfezione del montaggio, ma il capogruppo ha una propria teoria, si lancia su per i tornanti alla velocità di un falco in picchiata sulla preda e si ferma solo dopo qualche chilometro. Nel fare tutto ciò ripete ciclicamente: ‘potevamo fare a meno di montare le catene’. Quando finalmente si ferma per verificare lo stato delle catene i pneumatici puzzano sinistramente di gomma bruciata. La Punto invece è priva di una catena, ma il mistero è come Max non si sia accorto di averla persa. Tornare indietro alla ricerca del pezzo smarrito aggiunge solo qualche chilometro in più al viaggio ma non serve ad altro. La catena potrebbe essere schizzata ovunque oppure essersi smaterializzata, a volte può succedere.
Finalmente verso l’una i nostri intrepidi viaggiatori riescono a raggiungere la loro meta. La casa è piacevolmente riscaldata. Il capogruppo fissa la sveglia per le otto meno un quarto e spedisce tutti a letto perché il giorno dopo sulle piste ci vuole freschi e reattivi.

A svegliare il gruppo, con esclusione di Rita che in fase di sonno sarebbe insensibile ad una detonazione nucleare, è il canto del gallo alternato a squilli di tromba prodotti dal cellulare di Max.
Una bella sorpresa ci attende, un sole splendido. Forse durante la notte il capogruppo ne ha dette quattro all’altisssimo. Il capogruppo è smanioso di andare sulle piste, se avesse un megafono a portata di mano accelererebbe il ritmo della colazione.
Su mia indicazione decidiamo di andare a sciare nel comprensorio Pampeago-Obereggen-Predazzo. Le prime discese da affrontare sono molto semplici per dare modo al gruppo di prendere confidenza con gli sci. Il capogruppo smania. Vuole piste più impegnative per cominciare a far fruttare i trenta euro del giornaliero. Più di pensare a godersi tutto l’insieme sembra voler principalmente macinare chilometri. Un maratoneta dello sci per sua sfortuna accompagnato da sciatori della domenica. Il primo fatto da segnalare è il tamponamento subito da Daniela. L’evento porge l’occasione a Tiziano per prodursi in una litigata in inglese con la investitrice crucca. Daniela, fino a poco prima abbastanza sciolta nello scendere a valle, si irrigidisce mimando una statua di marmo sugli sci. La mattinata scorre veloce sulle piste del versante di Obereggen. Prima di tornare verso Pampeago il capogruppo riesce a schiantarsi al suolo nel tentativo fallito di fare il bigolo. Dopo un paio di discese in quel di Pampeago ci spostiamo verso Predazzo. La pista battuta dal vento e battuta dagli addetti in modo raffazzonato non è il massimo, ma esalta il capogruppo che insiste per ripetere la stessa, nonostante nessuno sia dello stesso avviso. Ma ogni manuale di psicologia sconsiglia vivamente di contraddire i capigruppo, quindi io e Massimo ci lanciamo controvoglia alle spalle di Tiziano.
Soddisfatto parzialmente, infatti nella foga agonistica, anziché imboccare il tratto di pista nera come nelle sue intenzioni, si è infilato giù per la meno impegnativa rossa, concede al gruppo la pausa per il pranzo. Prima di raggiungere il rifugio Daniela, sbilanciata da una gobba, crolla al suolo senza nemmeno abbozzare un tentativo di recupero dell’equilibrio.
Per pranzo scegliamo di fermarci in un rifugio dall’impronunciabile né memorizzabile nome tedesco. Noi tre uomini raggiungiamo il chiosco dei panini e ci apprestano ad ordinare. Appoggiato al banco c’è un signore romano che borbotta imbestialito: ‘volevo prendere un panino per non perdere troppo tempo, ed invece è quasi mezz’ora che aspetto’. L’uomo aldilà del banco ci chiede le ordinazioni una prima volta in tedesco e, non ricevendo risposta, una seconda volta in uno stentato italiano. Sembra aver capito tutto, ma non deve eccellere in memoria, ci fa ripetere gli ordini almeno altre cinque o sei volte e per fortuna che il menù prevede solo due tipi di panini altrimenti chissà quante volte avremmo dovuto confermare il nostro ordine.
Lavora alla velocità con cui la cacca abbandona la il corpo di uno stitico, ma non si può dire che sia metodico, giostra gli ingredienti sulla piastra con buona tecnica. Quando ci porge il cibo ci presenta le singole pietanze: ‘un panino con salsiccia… una patata…una coca’ e ci guarda con un sorriso sornione che ci fa dubitare che ci stia prendendo per i fondelli o che sia affetto dalla demenza del valligiano (la demenza del valligiano è quel morbo che appesta i paesini di montagna dove la gente non è troppo sveglia per via dei troppi incroci tra consanguinei). Gli si deve riconoscere, che seppure al rallentatore, il suo lavoro lo sa fare proprio bene, i panini sono veramente gustosi e le patate sono ottime ed abbondanti. Per riprendere a sciare loro hanno bisogno di qualcosa che gli dia la carica Si ficcano in corpo una buona dose di bombardino, bevanda usata in passato per dopare i cavalli da corsa. Ridarebbe l’uso del pisello a chi nemmeno il viagra può ridare il sorriso. Siamo di nuovo sulle piste, come digestivo ci lanciamo giù per una nera, Laura si irrigidisce per via della pendenza e del ghiaccio e frana rovinosamente al suolo. Io e Massimo con qualche sforzo riusciamo a rimetterla in piedi e a scortarla fino ai piedi del muro dove restiamo in attesa di Tiziano e Daniela.
Daniela si è irrigidita e si rifiuta di scendere, è terrorizzata. Dal basso avvertiamo dei barriti in grado di scatenare una valanga che battezziamo al volo come incitamenti da parte di Tiziano. Non fanno che peggiorare la situazione, Daniela si intesisce ulteriormente, l’unica speranza che abbiamo è che qualcuno la abbatta spingendola a valle oppure ci tocca aspettare il disgelo. Lungo la pista risale in motoslitta un poliziotto con alle spalle un gatto delle nevi. Che Tiziano abbia chiamato i soccorsi? Non sia mai, Daniela deve scendere da sola. Viva o morta, a lei la scelta.
Dopo un’attesa infinita Daniela decide di partire, taglia la pista da destra a sinistra in orizzontale quindi svolta a destra e come per magia, dopo qualche metro, si ritrova più in alto di quando è partita. Non un buon inizio, ma comunque un inizio. Un’esibizione della cosiddetta sciata del salmone in amore. Dopo un numero di curve impensabile per un muro di quella misura alla fine Daniela riesce a raggiungerci esibendo uno stile, in quanto a rigidità, paragonabile a quello di un tetraplegico sugli sci.
Affrontiamo qualche altra discesa senza grossi problemi fino alla chiusura degli impianti. Massimo nel levarsi gli sci fa un riepilogo della giornata: ‘oggi solo io e Massimo non siamo caduti’ e nel dire ciò crolla a terra praticamente da fermo.
Prima di tornare a casa facciamo tappa in un negozio di autoaccessori perché Massimo deve rimpolpare il proprio parco catene attualmente dimezzato. Il cliente tipo del negozio deve essere Signo, infatti vendono una serie di aggeggi kitsch che non stonerebbero sulla macchina del Pampino.

Arrivati a casa ci diamo una bella lavata e ci spariamo un po’ di sonno che dopo una giornata intensa di sci non guasta di certo.
Per cena ci dirigiamo a San Lugano dove siamo attesi nell’omonima trattoria. A farci accomodare e a servirci ci pensa la padrona del locale, signora gentilissima ma dal vocabolario particolare. Nel rivolgersi a noi si include inspiegabilmente nel gruppo: ‘Noi abbiamo deciso cosa mangiare?’ Ci fa venire il dubbio che quando sarà il momento si siederà al nostro fianco a mangiare. In realtà ha solo delle difficoltà linguistiche infatti non si unisce a noi ma si limita a servirci pietanze squisite ed in porzioni generose. Ci rimpinziamo, qualcuno esagera, infatti concluso il pasto Daniela chiede di accelerare il ritorno a casa. Parafrasando Elio, ha un dirigibile marrone senza elica e timone dentro se che spinge per uscire. Paghiamo un conto ridicolo, poco più di una pizza e torniamo a casa dove Laura e Daniela sequestrano i bagni trasformandoli in una coppia di camere a gas.

Il capogruppo, tra le proteste generali, anticipa la sveglia per il giorno successivo di ben un quarto d’ora, vuole essere il primo a solcare le piste.
Come al solito il nuovo giorno viene annunciato dal mix gallo-tromba del telefono di Massimo.
In quattro e quattro otto siamo colazionati, tirati a lucido e in viaggio verso Pampeago. Alle nove siamo già sulle piste. La neve è splendida e il freddo sopportabile. Dopo qualche discesa semplice, il capogruppo con la mia collaborazione trascina il gruppo sulla pista nera che si butta verso valle da oltre i duemilaquattrocento metri. Daniela seguendo le mie code sembra aver vinto ogni timore reverenziale nei confronti della pendenza, Massimo invece si ritrova a bordo pista con il classico blocco dello sciatore, deve girare le punte verso il centro ma non si decide a farlo. Giunti a valle decidiamo di ripetere la nera finché la neve è buona e l’affluenza scarsa. Daniela sembra più smaliziata, al punto che rischia di infilarsi giù per un precipizio. Massimo da buon samaritano si immerge nella neve fresca per recuperare lo sci di una tedesca che scendeva talmente rapida da dimenticarsi gli sci a monte e spatasciarsi una decina di metri dopo.
Nonostante le rimostranze di Tiziano che vorrebbe trascinarci a Predazzo, ribattezzato per l’occasione nel più fascista Predappio, ci spostiamo verso Obereggen per poi tornare a Pampeago sul lato dell’Agnello, dove affrontiamo un bel muro nero di pendenza ragguardevole. Mentre attendiamo Massimo e Daniela che aggrediscono la discesa con la massima calma in termini di tempo e la massima agitazione in termini di stato mentale, un tizio ci sfila a poche decine di centimetri ad una velocità folle. La sua corsa sugli sci si interrompe poco oltre in quello che pensava essere un salto che probabilmente lo avrebbe proiettato sulla luna ed invece ha scoperto essere un cumulo di neve fresca che lo priva degli sci e lo sbalza in cielo come fosse sparato da un cannone. Io e Tiziano partiamo sicuri di doverlo raccogliere con un cucchiaino ed invece lo ritroviamo ancora intero e capace di intendere e di volere.
Dopo qualche altra discesa gli orologi e le nostre pance ci comunicano che è giunto il momento di fare visita al nostro amico Unapatata. Oggi ha un giovane aiuto-apprendista che prende gli ordini. Non ha una gran padronanza dell’italiano e nonostante finga di aver afferrato ogni singola richiesta, i suoi occhi terrorizzati dicono il contrario. Non c’è da preoccuparsi, l’esperto grigliatore prima di consegnarci il tutto ci chiede conferma di ciò ordinato almeno altre cinque o sei volte. La presenza dell’apprendista che lo alleggerisce di una serie di mansioni (fare lo scontrino, consegnare le bevande) gli consente di raggiungere velocità fino a ieri impensate. In men che non si dica possiamo addentare i suoi panini cicciotti. Sciamo ancora per un’ora senza particolari problemi. Laura e Daniela mollano il colpo un paio di discese prima di noi, giusto il tempo per farsi abbordare da un paio di cremonesi che tentano di conquistarle a suon di fette di salame. Ai due playboy va male perché oltre a non battere chiodo, arriviamo noi che gli facciamo fuori mezzo salame.

Dopo esserci lavati ci spariamo una carbonara, almeno… vorremmo spararcela, infatti Massimo insiste affinché la pasta venga condita senza formaggio: UNA BESTEMMIA, la carbonara senza formaggio è come una top model senza una tetta. Alla fine patteggiamo, gli cediamo una quota di spaghetti da condire col tonno e il resto viene trasformato in carbonara con tutti i crismi. Ma la divisione viene fatta alla carlona, Massimo si ritrova un piatto straripante di pasta e noi delle porzioni da dieta. Non c’è tempo per brontolare, dobbiamo andare al pub del palazzo del ghiaccio a vedere Roma-Juve. Prima di uscire di casa siccome abbiamo deciso che le ragazze ci raggiungeranno in un secondo momento, mi assicuro che Rita sappia la strada. Mi liquida con un troppo sicuro ‘Figurati se non conosco il tragitto, ormai sono più di dieci anni che vengo a Cavalese! – Raggiungiamo il pub e ci assicuriamo l’ultimo tavolo libero. La partita inizia e delle ragazze non c’è traccia. A preoccuparci non è tanto la loro assenza quanto il fatto che il pub è pieno e noi, con grande rabbia della gente in piedi, stiamo occupando tre posti apparentemente vuoti. Quando le mogli ci raggiungono, alla domanda di come mai siano giunte così tardi Daniela ammette che hanno avuto problemi con la strada. – Ma non erano dieci anni che vieni a Cavalese? – Dal racconto del tragitto che hanno percorso, la partita hanno rischiato di vederla direttamente all’Olimpico. La Juve segna con Cannavaro e noi tre esultiamo nel gelo assoluto del pub. Siamo assediati da burini romani. Una dei suddetti burini non trovando posto a sedere si fa largo a culate costringendo Rita a dividere la panca con lei. Quando a segnare è la Roma in sala si scatena il delirio. Un tizio con la sciarpa della MAGGICA al collo, in posizione più da mal di gola che da tifoso, comincia a correre per la sala gioendo come un uomo con due piselli. Il tizio alle mie spalle inizia a saltare come un grillo, non si può certo parlare di una esultanza composta. La Roma ha impostato il match sulla rissa, i giallorossi picchiano come dei fabbriferrai, poi all’improvviso l’arbitro prende un abbaglio e ci regala un rigore. Il regalo non ci scandalizza, rubare a questi zozzi burini ci dona una brivido di piacere, il loro furore è la nostra gioia. Gioia che si tramuta in orgasmo nell’istante in cui Del Piero trafigge l’immobile Pelizzoli. Da qui in poi l’obiettività mai mostrata dai romanacci si eclissa ulteriormente, ad ogni fischio dell’arbitro seguono insulti e grida inconsulte. Finisce il primo tempo. La tensione si allenta un poco. Il secondo tempo scorre lento tra una recriminazione e l’altra e si conclude felicemente solo per noi. Un romanista abbandonando il locale si rivolge alla platea con supposta ironia: ‘domani mi compro la maglia della Juve… quella da arbitro.’ Più che di una maglia avrebbe bisogno di un reggiseno per riporci le due pere che ha preso.

Soddisfatti del risultato torniamo a casa per fare la nanna, la sveglia è prevista ancora alle sette e mezzo.
In barba alle previsioni che avevano annunciato una domenica funestata dal brutto tempo, anche oggi splende un sole luminoso. Nelle nostre intenzioni, ad esclusione di Tiziano l’agonista integralista, dovremmo sciare solo per mezza giornata quindi decidiamo di recarci sul più vicino Cermis. Comprensorio in cui è più facile cascare senza sci ai piedi che viceversa. Giunti alla base degli impianti, mentre ci prepariamo a salire in vetta, Massimo trafigge al cuore Tiziano comunicandogli di essersi dimenticato gli scarponi a casa. Avesse un plotone d’esecuzione a portata di mano, lo giustizierebbe su due piedi. Poi in un lampo di speranza si rivolge a me: ‘ti tocca tornare con loro… hai dimenticato anche i tuoi.’ I miei, in realtà, gli faccio notare che li ho già calzati, quindi tocca a lui scortarli fino a casa.
Io e Daniela saliamo in vetta dove il sole non può fare nulla contro un gelo artico. Ghiaccerebbe la saliva in bocca ad un pinguino. Facciamo in tempo a goderci un paio di discese nell’attesa dell’arrivo degli altri tre. Nel frattempo Tiziano, nero come il petrolio al buio, risale le pendenze del Cermis brontolando. Sta progettando di scrivere un esposto alla direzione per lamentarsi della scarsa velocità degli impianti. La sua velocità ideale potrebbero fargliela raggiungere solo ficcandogli un razzo tra le chiappe, strumento che non rientra tra i consueti mezzi di risalita sulle piste.
Ci ricompattiamo in cima al Cermis. Massimo inaugura la giornata con una caduta comica. Divarica le gambe un millimetro alla volta per poi crollare a terra a pelle d’orso, avesse il naso di Pinocchio lo dovremmo estrarre dalla neve con il cavatappi. Dopo qualche discesa, decidiamo di separarci per non costringere Massimo, Daniela e Laura a buttarsi a capofitto nella trafficatissima pista nera Olimpia. Io e Tiziano affrontiamo la pista in qualche minuto, di loro tre invece, che hanno imboccato la via del bosco non c’è più traccia. Dopo un’attesa di una manciata di minuti, giustificabile solo da un’escursione alla ricerca di funghi, Tiziano comincia ad innervosirsi, lui è venuto per sciare non per stare in panciolle ad aspettare gente che scia alla moviola. Rintraccia Daniela telefonicamente e le intima di accelerare il passo.
Risaliamo a metà pista e incrociamo i tre sciat…uristi.

Tranne Tiziano nessuno ha più la voglia né la forza di proseguire. Ci ammutiniamo abbandonando il capogruppo sulle piste per dedicarci a qualcosa di più rilassante. Riusciamo a piazzare i nostri giornalieri recuperando metà della spesa. Tornati al Veronza e raggiunti da Rita andiamo a mangiare un buon primo accompagnato dal dolce.
Io e Daniela andiamo a recuperare il capogruppo con la speranza di non doverlo narcotizzare per farlo smettere di sciare. Con nostra massima sorpresa non ci tocca aspettarlo più di tanto e per di più appare estremamente docile, devono avergli servito del bromuro nel pasto frugale che ha consumato sulle piste.
Passiamo da casa giusto il tempo per ritirare i bagagli e serrare le imposte e siamo di nuovo in strada verso il grigiore di Milano, dove nessuno ci servirà le patate rivolgendoci il singhiozzato… UNAPATATA, dove a svegliarci non sarà più il sincopato gallo-tromba, e dove perlomeno saremo a riparo dai borbottii di Tiziano il capogruppo.