Toccata e fuga a Venezia… che la saluto!
Alle sei e mezzo di sabato mattina in giro si trovano solo cercatori di funghi, sbronzi di rientro dall’uscita serale del venerdì e pochi altri babbei. Ne ho avuta la conferma quando, insieme a Rita, mi sono ritrovato sottocasa ad attendere Tiziano e Daniela per partire alla volta di Venezia. Non un’anima in giro, neanche il sole ha ritenuto il caso di presentarsi. Ergo: buio e freddo ad avvolgerci nell’attesa. Ai due compari di viaggio non deve esser parso vero trovarci puntuali all’ora concordata. Rita e la puntualità sono separati dalla variabile Angeletti ovvero un lasso di tempo cronometrato in laboratorio in circa quindici minuti netti.
Saliamo a bordo della Bmw, rimossa dalla naftalina per l’occasione, e ci dirigiamo verso la tangenziale. Tiziano insensibile alle mie indicazioni decide di lanciarsi nell’inutile periplo dell’Idroscalo allontanando sensibilmente il momento di contatto con la strada a percorrenza rapida.
La tangenziale e l’autostrada a seguire sono letteralmente sgombre e nonostante ciò Tiziano insiste nel sostenere la tesi disfattista in base alla quale presto ci troveremo intrappolati in un ingorgo ferragostano. Io dissento mentre la posizione delle consorti è nettamente neutrale, in quanto Rita è sprofondata nel sonno e Daniela vegeta in un dormiveglia dal quale ogni tanto si desta per brontolare in merito alla temperatura dell’abitacolo ed al volume della musica.
La qualità meteorologica della giornata sembra essere legata da un rapporto di proporzionalità inversa alla distanza tra noi e Venezia. Più ci approssimiamo alla Serenissima, più il tempo peggiora.
Quando varchiamo il casello di Venezia ci troviamo sotto ad una pioggia talmente intensa da far prendere martello e chiodi a Noè.
Per raggiungere il centro della città raggiungiamo il molo di Fusina da cui prenderemo il traghetto che ci trasporterà attraverso la laguna.
Scendiamo dall’auto e armati di ombrelli ci difendiamo dall’aggressione della pioggia. O perlomeno io e Rita ci difendiamo. Infatti, Daniela nel tentativo di aprire l’ombrello lo trasforma in una piramide rovesciata scatenando l’ira di Tiziano che spende una buona manciata di minuti a ritrasformare quell’aggeggio deforme col manico in un ben più utile ombrello.
Ci dirigiamo all’attracco per scoprire che il battello non partirà prima di una mezzora. Onde evitare di trovarci ricoperti di muschio ci sottraiamo alla forza degli elementi infilandoci in un bar delle dimensioni di un box fatto su misura per una Smart. La signora che serve al banco nascondendosi dietro un paio di occhiali da sole potrebbe celare o una recente sbronza, o una furibonda lite matrimoniale oppure potrebbe essere semplicemente cieca. Ci serve gli espressi senza spargere caffè per tutto il locale quindi non può essere cieca. Ci informa che i biglietti per il battello si possono acquistare a bordo. Noi ci fidiamo. Grossa ingenuità che io e Tiziano pagheremo con un fiaccante scatto fino alla biglietteria che con estro creativo è stata situata a buona distanza dal molo. La traversata si completa senza grossi problemi, facendo eccezione per il dondolio del natante che rischia di trasformare Daniela in un annaffiatoio di vomito.
Ci addentriamo in città rallentati da Tiziano che ci costringe a espressioni naturali per immortalarle in digitale e da Rita che studia le vetrine come se dovesse subire un’interrogazione in merito.
Zigzaghiamo per i calli ed i campi affascinati dalla bellezza di questa città unica. Non una sola auto in giro. L’assenza di macchine sembra essere equilibrata dal surplus di giapponesi. Se i nipponici presenti in laguna decidessero di fare un salto tutti insieme la città sprofonderebbe definitivamente in mare. Dopo aver ammirato campanili sbilenchi che aspirerebbero alla perpendicolarità col suolo mancando di una buona quantità di gradi il proprio obiettivo, ci imbattiamo nel ponte di Rialto. Mastodontico e aggraziato al contempo. Brulica di vita come un formicaio. Proprio una gran bella visione deturpata solo in minima parte dai negozi che offrono souvenir osceni ai turisti. Quale mente bacata può spingere un essere umano ad acquistare una gondola in plastica che si accende? E per di più alla modica cifra di quindici euro. Affrontiamo una seduta di step scalando per ben due volte il ponte. Nel frattempo il tempo volge al meglio. Appare perfino il sole che ci costringe a sbucciarci, rinunciando ad un paio di strati di vestiario. La nostra seconda tappa non può che essere piazza S.Marco. Affrontiamo il dedalo di viuzze che ci separa con il passo del turista, ovvero senza fretta e con lo sguardo pronto ad essere carpito da qualsivoglia dettaglio.
Come raggiungiamo la nostra meta ci troviamo di fronte ad una delle peculiarità di Venezia: l’acqua alta. La piazza è per gran parte sommersa da una cinquantina di centimetri d’acqua. Gli avvezzi veneziani si aggirano per l’acquitrino muniti di stivaloni di gomma che preservano dal contatto con l’acqua e se applicati sull’inguine hanno anche effetto contraccettivo. Noi turisti impreparati ci ritroviamo in coda ad una lunghissima fila umana che si snoda lungo le passerelle sistemate per sovrastare l’alta marea. Potrei esibirmi nella camminata sull’acqua ma dovrei comunque aspettare gli altri quindi mi accodo paziente. Le passerelle sono larghe circa una ottantina di centimetri da spartirsi equamente tra gli entrambi sensi di marcia. Sono molte le persone a contravvenire a questa regola non scritta. Chi per il timore di infilarsi nell’acqua, chi per maleducazione. A ristabilire l’ordine ci pensano i vigili che in assenza di macchine da multare dirigono il traffico umano a suon di fischietto. Gli usignoli in amore fischiano sicuramente meno per ingraziarsi la femmina.
La coda procede a rilento generando in me le sensazioni di noia e insofferenza che dovevano provare i russi quando dovevano sorbirsi file interminabili perfino per comprare la carta igienica.
Con molta pazienza ed altrettanto tempo riusciamo ad attraversare la piazza in orizzontale raggiungendo i portici che la perimetrano. Passeggiamo con lentezza ammirando i negozi che si affacciano sulla piazza, tra cui il bar Florian locale storico, e storicamente gestito da ladri: un toast costa ben 8,00 € il corrispondente di ben sedici hamburger dal Mc Donald’s poco distante.
Scattiamo le foto ricordo di noi immersi nell’acqua alta e quindi ci dirigiamo verso il teatro la Fenice. E’ quasi ora di pranzo, avremmo deciso di mangiare da Burger King, ma l’acqua alta ci complica la vita, rendendoci difficoltoso raggiungerlo.
Dopo esserci abbuffati di roba che trama con il nostro colesterolo per farci fuori, ripartiamo alla volta di San Marco. L’acqua alta si è ritirata rendendo inutili le passerelle e riconsegnando il lastricato ai pedoni. Attraversiamo la piazza osservando disgustati la massa di idioti che si fa accovacciare i piccioni addosso per farsi immortalare nella posa più ebete che un cervello possa concepire. Sfiliamo lungo Palazzo Ducale, ammiriamo Ponte dei Sospiri per poi produrci in una bella passeggiata sul soleggiato lungomare. Noi siamo all’oscuro del fatto che la nostra meta sarà il collegio Morosini. Tiziano in preda alla nostalgia crescente sta vagando tra suoi ricordi ripescando un’estate di molti anni e chili fa. Ci concediamo una pausa rigenerante spendendola spaparanzati su una panchina esposta al sole.
Ritemprati dalla sosta proseguiamo sul lungomare avvicinandoci al collegio Morosini, Tiziano comincia a pescare ricordi dei tempi andati generando più di una perplessità soprattutto a Daniela. Reso omaggio al passato di glorioso velista di Tiziano, ripartiamo per un giretto a random tra i calli residenziali.
Una passeggiata decisamente suggestiva. Sembra di attraversare un quartiere fantasma. Le strade prive di auto sembrano immense e le case di cartapesta. Tra le facciate delle case, distanti tra loro il minimo indispensabile, si allungano i fili da cui penzolano arcobaleni di vestiti ad asciugare. Non c’è anima viva per strada. Il tutto inspira quiete e sicurezza.
La nostra serpeggiante passeggiata ci conduce nuovamente nei pressi del Palazzo Ducale dove imbocchiamo un calle largo poco più delle spalle di un uomo. Da qui, dopo due o tre svolte, ci ritroviamo lungo un canale tanto stretto quanto caratteristico. Sul ponticello che lo sovrasta staziona un gondoliere che sembra aver carpito il senso della vita. Accasciato su una sedia di plastica pare un pascià sul trono, osserva il passaggio e canticchia, indifferente al fatto che per vivere si dovrebbe pur lavorare. La sua postazione è oltremodo tattica. Non dista più di due metri da un bar. Non so se esista un codice di navigazione in gondola, ma se per caso esiste, dubito che contempli tra le azioni consentite la remata in stato di ebbrezza. Stabiliamo di berci un aperitivo, così ci accomodiamo lungo il bordo del canale. Dalla mia posizione posso tenere sottocontrollo il gondoliere. Daniela ci pone uno dei suoi quesiti esistenziali: - ma alla sera la gondola se la portano a casa? -. Dopodiché, sragionando in merito alle spese vive che un gondoliere deve affrontare si lascia scappare qualcosa che suona più o meno – devono fare anche il pieno al remo -. Nel frattempo il gondoliere viene braccato da una famigliola che vuole costringerlo a scarrozzarli per Venezia. Mostra l’entusiasmo di un gatto appena castrato, e solo quando la famiglia accetta di sborsare una cifra spropositata accenna ad alzare le chiappe dal suo trono. Si avvicina alla gondola e nonostante abbia trascorso la giornata ad ingollare Aperol riesce a salirci senza infilarsi nel canale. La prima a seguirlo a bordo è la madre, ha le mani ingombre di roba ma lui non accenna minimamente ad aiutarla, si limita a snocciolare ordini in tono scocciato. Una volta caricata l’allegra combriccola gli si deve riconoscere il fatto che si comporta in maniera decisamente professionale. Come inizia a remare, simultaneamente attacca anche a fischiettare e a cantare, sparendo nel canale che incrocia perpendicolarmente il nostro.
Pagato il conto, più che onesto per essere a poche centinaia di metri da piazza San Marco, decidiamo di porre fine al nostro girovagare odierno raggiungendo il molo dove prendiamo il traghetto che ci riporta alla macchina.
Il dondolio della barca culla Daniela che si appisola alla maniera del ghiro in letargo. Tiziano la segue a ruota, anche se poi, giunto a terra negherà, di essersi appisolato.
Per raggiungere l’albergo vaghiamo per Marghera. Un obbrobrio a cielo aperto.
L’albergo invece fa la sua bella figura. Pulito e con le camere dotate di tutti i confort che si possono pretendere da un hotel di un paese civilizzato.
Dopo una bella doccia siamo pronti a goderci il meritato desco, con tutto il camminare che abbiamo fatto oggi potremmo permetterci di ingurgitare un maiale intero glassato al cioccolato. In realtà, ci limitiamo a cenare a base di pizza in un locale poco distante dall’hotel. L’ambiente è carino, il servizio dignitoso e le pizze molto buone. Prima di addormentarci facciamo in tempo ad assistere alla vittoria della Juve sul Messina.
La domenica si apre alla grande con la vittoria di Valentino Rossi che si aggiudica Gran Premio e mondiale. Inoltre, la giornata si prospetta bella soleggiata, il che non guasta. Decidiamo di raggiungere Venezia via terra. Giungiamo in piazza Roma dove parcheggiamo. Dobbiamo giungere entro le nove e venticinque a Palazzo Ducale, ci restano quaranta minuti. Un lasso di tempo sufficiente nonostante le divagazioni che Tiziano impone al gruppo sostenendo di aver ottimizzato il percorso. Alla fine riusciamo a giungere puntuali. Ci aspetta l’itinerario segreto del palazzo.
Con la spesa di un misero euro in più rispetto al giro convenzionale veniamo introdotti nella zona segreta del Palazzo, dove ai tempi della Repubblica Veneta, veniva gestita la giustizia. Una spesa più che proficua. Il tour già interessante di per sé è impreziosito dalla guida, in gamba e foriera di aneddoti. Concluso l’itinerario segreto proseguiamo la visita del palazzo vagando incuriositi di fronte allo sfarzo delle sale, a lasciarci a bocca aperta è la sala del Gran Consiglio, immensa e decoratissima. La visita prosegue attraverso il suggestivo Ponte dei Sospiri e le celle della prigione nuova.
Con il ritmo dei giapponesi che in una settimana visitano Milano-Venezia-Firenze-Roma ci fondiamo a Palazzo Grassi per ammirare la mostra dedicata a Salvador Dalì nel centenario della sua nascita. I biglietti acquistati in precedenza, ci fanno superare una schiera di babbei in fila da ore.
Oltre i due o tre quadri con gli orologi sciolti conoscevo ben poco del pittore spagnolo. Devo dire di esserne rimasto piacevolmente affascinato. La sua pittura è frutto del gioco di un pazzo estremamente geniale o di un genio estremamente pazzo. I titoli stessi delle opere sono emblematici, sono delle opere d’arte di per sé, frutto di spunti geniali e tanto studio come per ogni singolo quadro esposto.
Trascorriamo un paio d’ore divertiti dall’atmosfera assurda creata da Dalì. Una delle guide alla domanda se il pittore facesse o meno uso di droghe, svicola in maniera astuta e veritiera: - aveva una mente talmente contorta che non ne aveva bisogno -. La giusta chiosa a questa mostra così visivamente chiassosa. L’unico rammarico è che tra le opere esposte non figurasse ‘autoritratto mentre nutro un cavallo con una banana non accorgendomi che mi porge le terga e che quindi il frutto finisce nel pertugio sbagliato’ .
Usciamo dalla mostra con l’esigenza impellente di infarcire la pancia con qualcosa di solido. Decidiamo per un pasto veloce senza fronzoli, quindi ci dirigiamo da Mc Donald’s. Il posto è abbastanza squallido ma come Rita espone le proprie credenziali di dipendente Mc Donald’s Italia, il manager in persona si prodiga alla grande ingigantendo le nostre ordinazioni. Probabilmente nutre untimore reverenziale nei confronti della sede centrale, mi aspetto da un momento all’altro che ci offra la filippina al suo fianco come omaggio abbinato all’happy meal.
Rimpinzati di ciccia e patate ci buttiamo in piazza San Marco per un’ultima passeggiata sul lungomare. L’acqua alta si è ritirata per lasciare che la piazza venisse sommersa da una marea umana. Ci infiliamo nel serpentone che si snoda sul lungomare, la passeggiata seppur allietata dalla presenza di un sole particolarmente in forma per essere alla metà di ottobre, non è delle più rilassanti si tratta di una vera e propria gimcana umana. Esausti del troppo camminare, decidiamo di risalire Canal Grande in battello per raggiungere la macchina in piazzale Roma
Visto il precedente, essendo privi di biglietto, ci assicuriamo della possibilità di acquistarlo a bordo. Sembra che sia possibile previo un piccolo supplemento. Ci prepariamo quindi all’arrembaggio, perché per prendere il battello numero uno nei pressi di piazza San Marco è richiesta la grinta di un pirata all’assalto. Riusciamo a salire a bordo peraltro tranquillizzati dal controllore che ci assicura che in seguito passerà a farci il biglietto.
Dal vaporetto si gode una panoramica piacevole di Canal Grande e degli edifici che lo limitano. E’ trafficato come un supermercato alla vigilia di una guerra. Gondole, Taxi, motoscafi, vaporetti. Presto sperimenteranno anche gli ingorghi sull’acqua. Dovranno approntare una metropolitana anche per Venezia, dei piccoli sommergibili che draghino il fondo dei canali, ma prima devono inventarsi un metodo geniale per imbarcare e far scendere i passeggeri.
Passiamo sotto il Ponte di Rialto e poco oltre incrociamo una chicca. Una gondola addobbata come una bomboniera che trasporta una coppia di sposini. Una visione oltremodo kitsch, la sposa indossa un vestito che, tra svolazzi e pizzi, ne duplica il volume, lo sposo per non sfigurare nelle foto si è adeguato indossando un completo dal taglio inverosimile e dal colore più carnevalesco che da cerimonia.
Siamo quasi giunti a destinazione e del bigliettaio non s’è vista traccia. Deve essere caduto in mare altrimenti non si spiega come mai non si sia ancora fatto vivo. Il dubbio ci resta perché scendiamo di fronte alla Stazione senza aver scucito un baiocco. La crociera più economica che si possa fare su Canal Grande.
Una piccola passeggiata e ci ritroviamo in macchina pronti a lasciare Venezia… che la saluto!
|